Come si forma uno tsunami: cause, velocità delle onde e segnali di allarme

Uno tsunami nasce quando una grande massa d'acqua viene spostata all'improvviso, di solito da un terremoto sottomarino. Ecco cause, velocità, rischio in Italia e segnali da riconoscere.

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Lo tsunami del 26 dicembre 2004 raggiunge la spiaggia di Ao Nang, in Thailandia, con persone che fuggono dall'acqua
David Rydevik (pubblico dominio, via Wikimedia Commons)

Uno tsunami si forma quando una grande massa d’acqua marina viene spostata all’improvviso, quasi sempre da un forte terremoto sotto il fondale o vicino alla costa. Il movimento mette in moto una serie di onde lunghissime che attraversano il mare ad alta velocità e, avvicinandosi alla riva, rallentano e si alzano. In questa guida vediamo da dove nascono gli tsunami, perché al largo sono quasi invisibili, quanto rischia l’Italia e quali segnali conviene riconoscere.

Che cos’è uno tsunami

La parola «tsunami» è giapponese. In italiano si usa anche il termine maremoto, e per la Protezione Civile i due nomi indicano lo stesso fenomeno: una serie di onde generate dal rapido spostamento di una grande massa d’acqua.

Non è una “onda gigante” come quelle delle tempeste. Le onde del vento muovono soltanto gli strati più superficiali del mare. Lo tsunami, invece, mette in movimento l’intera colonna d’acqua, dal fondo alla superficie. Per questo ha un’energia enorme e, quando arriva a riva, può spingersi per centinaia di metri nell’entroterra.

Da dove nasce: le cause

Secondo la NOAA, l’agenzia statunitense per oceani e atmosfera, dal 1900 oltre l’80% dei probabili tsunami registrati nel database storico globale è stato generato da terremoti. Ma non è l’unica causa.

CausaCome genera lo tsunamiQuanto è frequente o potente
Terremoto sottomarinoUna parte del fondale si solleva o si abbassa e sposta l’acqua sopra di séÈ la causa principale; serve in genere una magnitudo superiore a 6,5
Frana, costiera o sottomarinaIl materiale che cade in mare sposta un grande volume d’acquaEnergia minore e onde che non vanno lontano, ma molto alte vicino al punto della frana
Attività vulcanicaEruzioni esplosive in mare o vicino alla costa, oppure collassi del vulcanoMeno frequente dei terremoti, ma può essere molto forte
Caduta di un meteorite in mareL’impatto sposta l’acquaMolto rara

Quando un terremoto genera uno tsunami

Un terremoto sottomarino può produrre uno tsunami se è molto forte (in genere magnitudo superiore a 6,5), se l’ipocentro non è troppo profondo e se provoca uno spostamento verticale del fondale. Quando una parte del fondo si alza di colpo, l’acqua sovrastante perde l’equilibrio e forma una o più onde che possono essere alte solo qualche decina di centimetri, ma hanno una lunghezza d’onda (la distanza tra un’onda e la successiva) molto grande.

Vulcani e frane: l’esempio di Stromboli e Tonga

Anche i vulcani possono far muovere il mare. La Protezione Civile cita proprio Stromboli: un’eruzione vicino alla costa può mandare in mare nubi dense di gas e frammenti di lava che scivolano lungo i fianchi del vulcano e spostano molta acqua. Tra gli eventi più recenti citati dall’enciclopedia Treccani c’è quello provocato nel gennaio 2022 dall’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai, nelle isole Tonga.

Come si muove: veloce al largo, alto vicino a riva

La velocità di uno tsunami dipende dalla profondità del mare: più è profondo, più l’onda è veloce. In acque molto profonde, oltre i 4.000 metri, le onde possono superare i 700 chilometri orari, ma in mare aperto sono alte meno di un metro: una nave non se ne accorge. Anche per questo gli tsunami non si notano al largo.

Vicino alla costa il fondale sale, l’onda rallenta e la sua altezza cresce rapidamente. Il motivo è che il flusso di energia dell’onda, che dipende sia dalla velocità sia dall’altezza, rimane costante: se la velocità cala, l’altezza deve aumentare. Un’onda sotto il metro può diventare un muro d’acqua anche di oltre 30 metri.

Cosa si vede sulla costa

Sulla riva lo tsunami può comparire come un muro d’acqua che provoca un’inondazione oppure come un innalzamento rapidissimo del livello del mare, simile a una marea che cresce in fretta. A volte è preceduto da un ritiro improvviso del mare, anche di diversi metri, che lascia all’asciutto porti e spiagge. Un dettaglio importante: la prima onda non è necessariamente la più grande, e tra un’onda e l’altra possono passare diversi minuti.

Gli tsunami nella storia

Tra gli tsunami più devastanti la Treccani ricorda quello dell’Oceano Indiano del dicembre 2004, che ha causato circa 300.000 morti nel Sud-Est asiatico, e quello del marzo 2011 in Giappone, con 14.949 morti accertati e 9.880 dispersi. Sono eventi estremi, ma mostrano perché conoscere il fenomeno serva davvero.

Lo tsunami può colpire l’Italia?

Sì. Secondo la Protezione Civile tutte le coste del Mediterraneo sono esposte al rischio, e quelle italiane possono essere raggiunte anche da tsunami generati in zone lontane del Mediterraneo. L’ultimo tsunami disastroso in Italia, ricorda il Centro Allerta Tsunami dell’INGV, risale a più di un secolo fa: fu quello seguito al terremoto di Messina del 1908. Poco dopo la scossa colpì le coste della Sicilia orientale e della Calabria; in alcuni punti il mare si ritirò per circa 200 metri e poi arrivarono almeno tre grandi onde.

Come funziona l’allerta in Italia

L’Italia ha un Sistema di allertamento nazionale per i maremoti generati da sisma, il SiAM. Ci lavorano tre enti: l’INGV, con il Centro Allerta Tsunami (CAT), l’ISPRA e il Dipartimento della Protezione Civile. Il sistema valuta se un terremoto con epicentro in mare o vicino alla costa possa produrre uno tsunami. Esistono due livelli di allerta, Advisory (arancione) e Watch (rosso), e dopo un terremoto di magnitudo 5,5 o superiore viene inviato anche un messaggio di sola informazione.

C’è però un limite fisico: il Mediterraneo è un mare poco profondo, quindi i tempi di arrivo delle onde sono molto brevi e le autorità potrebbero non fare in tempo a lanciare l’allerta. E non è possibile prevedere quando e dove avverrà il prossimo tsunami.

I segnali da riconoscere

La Protezione Civile indica tre segnali naturali di un possibile tsunami:

  • un forte terremoto, sentito o di cui si ha notizia;
  • un rumore profondo e crescente dal mare, simile a quello di un treno o di un aereo a bassa quota;
  • un ritiro improvviso e anomalo del mare, un rapido innalzamento del livello o una grande onda su tutto l’orizzonte.

Consiglio: se ti trovi sulla costa e senti un forte terremoto o noti uno di questi segnali, non aspettare un’allerta ufficiale: allontanati dal mare seguendo le indicazioni del piano di emergenza del tuo Comune. Se non puoi evacuare, i piani alti di un edificio in cemento armato ben costruito offrono in genere una protezione adeguata.

Domande frequenti

Tsunami e maremoto sono la stessa cosa?

Sì. «Tsunami» è la parola giapponese, «maremoto» quella italiana, e la Protezione Civile li usa come sinonimi per indicare una serie di onde causate dal rapido spostamento di una grande massa d’acqua.

Quanto è veloce uno tsunami?

Dipende dalla profondità del mare. In acque profonde oltre i 4.000 metri le onde possono superare i 700 chilometri orari; vicino alla costa rallentano molto, ma la loro altezza aumenta.

Perché al largo non si vede uno tsunami?

Perché in mare aperto le onde sono alte meno di un metro, ma lunghe anche decine di chilometri. Diventano pericolose solo quando arrivano in acque basse, dove rallentano e si alzano.

La prima onda è la più pericolosa?

Non necessariamente. La prima onda può non essere la più grande e tra un’onda e la successiva possono passare diversi minuti.

Si può prevedere uno tsunami?

Non è possibile prevedere quando e dove avverrà. Dopo un terremoto, però, i sistemi di allerta come il SiAM valutano rapidamente se ci sia il rischio di un maremoto, anche se nel Mediterraneo i tempi per avvisare la popolazione sono molto stretti.

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